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Artista nato a Verona nel 1943 Giancarlo Veneri ha operato sul territorio nazionale dal 1964 fino alla sua morte, nel 2007, attraversando le correnti più rappresentative e utilizzando tutti i mezzi espressivi messi a disposizione da un quarantennio pieno di sensibili mutamenti.
Indagatore della pop art e testimone dell’arte povera, ha offerto il suo contributo disincantato ai movimenti più vitali dell’epoca spaziando dalla pittura alla scultura, dall’happening all’audiovisivo,  con incursioni nel mondo della scenografia teatrale, dell’illuminotecnica, del fumetto e della grafica, concedendosi ad ogni linguaggio e tecnica con incontaminata generosità.
Al primo periodo fortemente improntato a una visione critica della società ha opposto negli anni a seguire un mondo poetico quasi intimista, permeato da uno sguardo fanciullesco commosso e ironico.
Il tema delle nuvole, caratteristico delle prime pulsioni dialettiche, si è andato stemperando nella rapida successione degli alberi, nella serialità mai ripetuta dei cuori, per concludersi nella sequenza spinosa dei cactus, raffigurati ed esposti per la loro infinita singolarità.

Installazione video (proiettata sul soffitto del luogo della mostra 2006)

HA SCRITTO DI SÈ:

Sul pieghevole della personale all'ex Arsenale Austriaco di Verona - 1 aprile 2006

Giancarlo Veneri è nato il 20 dicembre 1943 alle ore 9,30.
Ecco come la mamma, sig.ra Ernesta Festa, ebbe a raccontare il fatto.
Abitavamo in Valdonega in via Teano e la Clinica Pomini si trovava poco distante in via Quarto. Ero incinta, mio marito era a letto convalescente per un intervento di ulcera e i miei due figli erano in montagna con i nonni. Verso le nove sentii che ero pronta e mi incamminai verso via Quarto. Arrivata sulla scala esterna della clinica, improvvisamente, partorii un bimbo. Faceva molto freddo e poco dopo arrivarono due infermiere e mi portarono dentro. Ero agitatissima e si udivano lontano, verso la stazione, gli scoppi delle bombe.
Tutto andò per il meglio e dopo un po’ mi addormentai. Verso le cinque del pomeriggio mi svegliai e, stupita, mi ritrovai con due bimbi nel letto. C’era una confusione terribile e cercai di chiamare qualcuno. Arrivò una infermiera. Era molto concitata. In fretta mi disse che dopo di me era arrivata una ragazza. Con grande difficoltà aveva partorito ed era morta subito dopo per una serie di complicazioni.
Il suo bimbo appena nato era stato messo vicino a me nel mio letto.
Ero stremata, la storia mi aveva rattristato e poco dopo mi riaddormentai. Mi svegliai che ormai era buio e non si udivano più le bombe. Dopo molti tentativi riuscii a parlare con una infermiera e chiesi se poteva lasciarmi sola con il mio bambino e sistemare altrove l’altro. L’infermiera, imbarazzata ed agitatissima disse che c’era stata una gran confusione, che continuava ad arrivare gente, che mancavano i letti, che c’era solo un dottore, che mancava tutto.....che insomma..... non si ricordava più qual’era il mio e quale della ragazza. Mi sentii morire. Poi cercai di calmarmi. Chiamai l’infermiera e stringendomi al petto uno dei due bimbi dissi:
”Questo è mio figlio”. Ero assolutamente sicura”.
 

   Giancarlo Veneri è nato a Verona dove vive tuttora. Opera nell’ambito delle Arti Figurative da più di quaranta anni e quindi, ovviamente, ha partecipato a numerose  esposizioni  e in molti hanno scritto del suo lavoro (non sempre bene). Altrettanto ovviamente, sue opere si trovano in numerose collezioni in Italia e allì’estero.

Nel febbraio del 2003 è stato sottoposto ad una importante operazione chirurgica e, in qualche modo, l’ha portata fuori.
Attualmente è sovrappeso di circa cinque chili.
Il nove aprile voterà per cambiare. Ovvio.
Sta lavorando ad un grande ritratto  della sua gatta “Patata”. La gatta era stata chiamata da Elisa Nalin “Topinambour”. Poi Elisa si è trasferita a Parigi e la gatta è diventata “di” Giancarlo che ha semplificato il nome in “Patata”. Ecc.

NOTE
Nella compilazione, con un certo anticipo, di un opuscolo o libretto (generalmente viene chiamato “catalogo”) e di un biglietto di invito per una mostra d’arte, mi sorgono alcune considerazioni.
- LE FOTOGRAFIE
Ammesso, ma non è detto, che le foto raffigurino le opere poi veramente esposte, possono essere di due tipi. Fatte bene o fatte male. Ovvio. In entrambi i casi, tuttavia, risultano bugiarde. Fin da ragazzo osservavo la Storia dell’Arte attraverso i libri e le foto. In seguito tutte le volte che ho visto un’opera dal vivo, mai, dico mai, l’ho trovata come l’avevo immaginata dalla foto. A mio avviso, le foto, conviene smitizzarle e utilizzarle come semplice elenco o come curiosità. I fotografi non me ne vogliano. La loro vera attività è evidentemente un’altra.
- I TESTI
Se io affermo di essere un grande artista tutti si mettono a ridere. Se lo dice, poniamo, Umberto Eco non ride più nessuno. E’ ovvio che a chiunque fa piacere se un esperto d’arte, magari prestigioso (generalmente viene chiamato “critico”) si interessa e scrive del suo lavoro, tuttavia ritengo siano necessari affinità ed entusiasmo da entrambe le parti. In tutti gli altri casi è meglio lasciar perdere.
- LE NOTE SULL’ARTISTA
Queste (generalmente vengono chiamate “curriculum”) a mio giudizio, dovrebbero fornire notizie riguardanti l’artista in modo da essere di aiuto alla comprensione del suo lavoro. Non è così pressochè mai e lo sanno tutti. L’obiettivo è evidentemente altro. Siamo proprio sicuri che all’osservatore di fronte ad un’opera interessi sapere che l’autore, poniamo, in un certo anno abbia partecipato ad una certa mostra o che da giovane abbia studiato nella tal scuola? Nutro sinceri dubbi.
- LA GALLERIA
.....
- IL RINFRESCO
Questa deliziosa usanza (generalmente viene chiamata “buffet”) che consente di intrattenersi piacevolmente con i presenti gustando cibi e bevande evidenzia, ahimè, curiosi comportamenti. La frase che assai spesso si sente pronunciare tra un bicchiere e l’altro è : “La mostra verrò a vederla un altro giorno. Oggi c’è troppa gente e non si vede niente”. Delizioso e anche buffo visto che il giorno dopo non si vede un cane. Ad ogni modo è un pochino doveroso organizzarlo (il buffet, s’intende) per evitare un’altra frase ricorrente : “Ma come, non si beve niente?”


Tutte queste inutili e strampalate note perdono di importanza in un caso che chiamerei : ”a bocce ferme”.
Cioè, voglio dire, “ad artista morto”. In questo caso il “libretto” è giusto che, anche etimologicamente, diventi “catalogo” e storicizzi il più adeguatamente possibile l’opera del defunto.
Non è ancora il mio caso.
Marzo 2006

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NO WARS (Installazione) 1990 - 2006

{xtypo_quote}"Fintanto che queste bande di assassini continueranno a fare guerre bugiarde sarà necessario fabbricare armi di difesa di massa" (G. Veneri)
Le lance della cultura, della poesia e dell’amore da scagliarsi nei campi di battaglia per spiazzare il nemico, un nemico che è la guerra stessa e chi si ostina a farla. Armi che nell’opporsi si propongono come alternativa all’insensatezza offensiva, pacifici strumenti di difesa offerti apparentemente in una logica di conflitto e destinati a scioglierlo dialetticamente. Il cordone che transenna l’arsenale di pace serve a proteggere le armi stesse da chi potrebbe appropriarsene per pervertirne l’uso. (Stefania Tramarin){/xtypo_quote}

HANNO SCRITTO DI LUI:

Testo scritto per la mostra personale di Giancarlo Veneri all’ex Arsenale austriaco di Verona, aprile 2006.

IL BELLO E LA BESTIA
L’anima bella e quella nera di Giancarlo Veneri convivono in questo gruppo di opere, i nuovi lavori che l’autore ha scelto di presentare nello spazio dell’Arsenale. Il cuore spaccato a metà è il primo e più significativo simbolo di questa dicotomia che attraversa il suo animo. Un animo diviso simbolicamente da una vecchia trave rinsecchita, tirata fuori da chissà quale tetto nel quale se ne stava molto più comodamente fino ad ora. I tre cuori sono spezzati, cuoio nero che si spella, arido, da una parte, macchie di gioia dall’altra. Ma più che un’anima cattiva per Veneri si potrebbe tutt’al più ipotizzare un’anima burbera, un po’ ringhiosa al massimo, ma can che abbaia, si sa, non morde. I suoi occhi tradiscono inevitabilmente l’anima buona che sembra lui voglia quasi un po’ celare, ma è inutile che ce la racconti, la mostra parla chiaro. Non ci fa paura, neanche per le spine dei cactus, che hanno anche dei bellissimi fiori, come le rose. E quei cactus squarciati da vecchi legni che sembrano vivi, parlano di una sofferenza nel cuore che nutre quelle spine acuminate, addolcite dal colore con cui Veneri interviene. Ci fa sorridere piuttosto perché ci porta dentro quella creatività ironica, dolce e beffarda insieme che da sempre gli appartiene, quella creatività che anche quando vuol dire contro qualcosa, in realtà dice pro, offre già un’alternativa migliore rispetto alla realtà che vorrebbe cercare di cancellare.
È così anche per la serie delle lance. Aggressive nella forma acuminata, perdono la loro carica negativa proponendosi come un gioioso baluardo di pace. Sono le armi della cultura contro quelle degli odi che conducono alle guerre, in fondo tanto spesso coltivate al concime dell’ignoranza, dell’incomprensione, dell’incapacità di costruire un rapporto dialettico. Sono le lance che Veneri vorrebbe scagliare in mezzo alle centinaia di campi di combattimento sparsi per il mondo, sperando che abbiano il potere di fermare i soldati, di opporsi alle altre armi, quelle che feriscono e uccidono. Dice che ne ha fatte un sacco Veneri di lance, ma poi non ne era mai soddisfatto. Alla fine ciò che è uscito è ancora un connubio tra anima nera e anima bella, tra guerra e pace, tra aggressività e conciliazione, tra punte acuminate e colori solari. E alla fine, non c’è niente da fare, prevale sempre la seconda voce, quella bonaria, pacifica, divertita, colorata. Oltretutto, nel caso delle lance, non aveva scelta Veneri, altrimenti sarebbe caduto anche lui nella trappola di rispondere alle armi con altre armi, pericolose in virtù degli stessi meccanismi, invece così i meccanismi sono cambiati e si può finalmente innescare un gioco diverso e nuovo.
Sembra in effetti un gioco per Veneri costruire qualcosa attraverso i suoi lavori. E siccome il mio “giudizio critico” non potrà, come avrebbe potuto invece quello di Umberto Eco, sancire universalmente il valore artistico di Veneri, mi limiterò a spiegare perché a me piace, per quello che può valere, dubitando, dopo la premessa scritta da lui stesso (e me lo immagino con il suo sorriso burbero mentre la scrive) che ciò abbia una qualche importanza per lui o per qualcun altro che si imbatta in questo pieghevole. Mi piace perché attraversa linguaggi e tecniche con una libertà e un’autonomia che sono vera espressione della cultura del nostro tempo, che Veneri intuisce e restituisce, e già non è da tutti. Mi piace per il suo carattere spigliato nell’attraversare arte povera, pop, espressionismo, pittura, fotografia, poesia, elaborazione grafica, video, musica, teatro, scenografia. Mi piace perché ad una capacità di dominare, scegliere e combinare mezzi espressivi, unisce una ricerca di contenuti componendo in libertà immagini che raggiungono proprio quella parte del nostro animo che lui ha scelto come sua icona preferita, sfidando in maniera sbarazzina un topos dei più sfruttati. Se fosse tanto cattivo come vorrebbe farci credere, perché da tanti anni continuerebbe a tormentarci con i suoi cuori?
Camilla Bertoni

BREVE CATALOGO OPERE

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CUORE-CUBO 2001-2004

{xtypo_quote}Un cubo d’acciaio su un cuore composto da numerosi e difformi pezzi di legno, come toppe poste a riparare ferite, di cui una è ancora sanguinante. Il nucleo centrale d’acciaio costituisce una specie di callo, una geometria reattiva alla morbidezza dell’icona-cuore, delineata perfettamente nella sagoma pur trafitta dall’irregolarità dei contorni.
Il cuore è diviso orizzontalmente a richiamare una dualità non chiaramente espressa, una dicotomia sfumata nell’uniformità molteplice degli intarsi. Cuore spezzato forse, ma ricomposto artigianalmente dall’Artista.
Retaggio dell’arte povera in quanto nobilitazione degli scarti, il cuore-cubo accoglie in sé pezzi di legno non utilizzati nel processo produttivo e li arricchisce di senso conformandoli al nucleo pulsante dell’essere umano. (Stefania Tramarin) {/xtypo_quote}

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